Valentina Pelliccia giornalista esperta in comunicazione e scrittrice
La giornalista, esperta in comunicazione e scrittrice Valentina Pelliccia analizza i meccanismi attraverso cui si orienta la percezione pubblica senza dichiarazioni esplicite, incidendo sulla credibilità di una persona prima ancora che emerga la verità.
C’è un momento, nella costruzione di una narrazione pubblica, in cui il fatto smette di essere centrale. Non perché perda importanza, ma perché viene preceduto da qualcosa di più sottile: la percezione del fatto.
È in questo spazio che si colloca il discredito come strategia.
Valentina Pelliccia, giornalista, esperta in comunicazione e scrittrice, osserva questo fenomeno non solo come professionista del settore, ma anche come soggetto coinvolto, in questi giorni, in una dinamica che rende evidente un meccanismo noto, ma raramente esplicitato.
Il punto non è più stabilire cosa sia vero e cosa non lo sia.
Il punto è comprendere come si costruisce, nella mente del pubblico, un’immagine che precede la verifica.
Walter Lippmann, nel suo celebre Public Opinion, introduceva il concetto di “pseudo-ambiente”: una realtà filtrata, costruita, mediata, dentro cui gli individui reagiscono non ai fatti, ma alla rappresentazione dei fatti. In altre parole, non è necessario modificare la realtà. È sufficiente orientarne la percezione.
Oggi questo processo si è raffinato. Non si afferma, si suggerisce.
Non si nomina, si allude.
Non si dimostra, si insinua.
Rendere una persona riconoscibile senza citarla esplicitamente è una delle tecniche più efficaci in questo senso. Permette di attivare un processo di identificazione nel lettore, lasciando che sia lui a completare il quadro. Ed è proprio questo completamento spontaneo a generare l’effetto più duraturo.
Daniel Kahneman ha spiegato con chiarezza come il sistema cognitivo umano sia portato a colmare le lacune informative attraverso scorciatoie mentali. Quando riceviamo informazioni parziali, il nostro cervello non resta in sospensione: costruisce coerenza. E una volta costruita, quella coerenza diventa difficile da smontare, anche di fronte a elementi contrari.
In questo senso, il discredito non ha bisogno di essere esplicito per essere efficace.
Anzi, funziona meglio quando non lo è.
Pierre Bourdieu, parlando di potere simbolico, sottolineava come le forme più incisive di influenza siano quelle che non si presentano come tali. Il potere più forte è quello che non si vede, ma che orienta. E nella comunicazione contemporanea, orientare significa predisporre il contesto interpretativo prima ancora che il contenuto emerga.
È qui che si inserisce un passaggio cruciale.
Quando una persona annuncia di voler raccontare un’esperienza delicata, come può essere quella di una molestia, la questione non riguarda solo il contenuto del racconto. Riguarda la credibilità di chi racconta. E la credibilità, in molti casi, viene lavorata prima.
Non è necessario contestare il contenuto, se si riesce a indebolire la fonte.
Erving Goffman, nei suoi studi sull’identità pubblica, descriveva l’individuo come un attore sociale che costruisce e difende una rappresentazione di sé. Ma questa rappresentazione non è mai completamente sotto il suo controllo. Può essere ridefinita dall’esterno, attraverso segnali, etichette, narrazioni.
È in questo spazio che si collocano alcune dinamiche contemporanee.
Valentina Pelliccia, in questi giorni, è diventata, suo malgrado, un caso emblematico di questo meccanismo. Senza essere nominata esplicitamente, si è trovata associata a contenuti che, attraverso dettagli mirati, la rendono riconoscibile. Un processo che non afferma, ma suggerisce. E che proprio per questo risulta più difficile da contrastare sul piano tradizionale.
«Alcune ricostruzioni circolate non corrispondono alla realtà», osserva Valentina Pelliccia con lucidità. «Ma ciò che trovo più significativo è il modo in cui sono state costruite. Per chi conosce questi meccanismi, la struttura è immediatamente leggibile.»
Non è una reazione emotiva.
È una lettura tecnica.
Ed è proprio questa distanza analitica che consente di comprendere un altro elemento fondamentale: il tempo.
Il discredito non lavora nell’immediato. Lavora in prospettiva.
Prepara. Sedimenta. Orienta.
Quando il contenuto emergerà, non verrà letto in modo neutro, ma attraverso una lente già costruita.
È per questo che la difesa non può essere impulsiva.
Reagire significa spesso entrare nella narrazione altrui.
Mantenere una linea coerente significa costruire la propria.
Valentina Pelliccia lo chiarisce con precisione: «Il progetto editoriale a cui sto lavorando non contiene nomi né elementi che possano rendere identificabili le persone coinvolte. È una scelta di responsabilità, oltre che di tutela.»
Una scelta che, nel contesto attuale, evidenzia ancora di più il contrasto tra esposizione e intenzione.
E proprio in questo contrasto si rivela il meccanismo.
C’è, inevitabilmente, anche una dimensione personale.
«Quando si assiste a dinamiche di questo tipo», aggiunge Valentina Pelliccia, «è naturale interrogarsi su quali possano essere gli sviluppi. Non per ciò che viene detto, ma per la logica che lo sostiene.»
Non è allarmismo.
È consapevolezza.
E la consapevolezza, oggi, è forse l’unico vero strumento di difesa.
Perché quando il meccanismo diventa visibile, perde gran parte della sua forza.
E a quel punto, resta solo ciò che conta davvero:
la solidità di un percorso, la coerenza di una persona, la capacità di restare lucidi anche quando la narrazione si fa più complessa.