7 Novembre 2026

Il capolavoro di Luigi Pirandello racconta una delle più grandi contraddizioni dell’esistenza umana: siamo davvero ciò che crediamo di essere oppure siamo soltanto quello che gli altri vedono in noi? Una riflessione sull’identità, sulla libertà e sul coraggio di essere se stessi.

Per Parole d’Autore

Esistono libri che raccontano una storia ed esistono libri che raccontano l’uomo. Poi ci sono opere che riescono a fare entrambe le cose, costringendoci a guardarci dentro e a porci domande alle quali, forse, non troveremo mai una risposta definitiva.

Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello appartiene a quest’ultima categoria.

Pubblicato in volume nel 1926, dopo una precedente pubblicazione a puntate, il romanzo rappresenta uno dei vertici della letteratura italiana del Novecento. Ma soprattutto è un’opera che, a distanza di un secolo, sembra descrivere con straordinaria precisione la società contemporanea.

Perché il grande interrogativo di Pirandello è ancora il nostro: chi siamo veramente?

Un naso storto e la scoperta di non conoscersi

Tutto comincia da un particolare apparentemente insignificante.

Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo, scopre attraverso un’osservazione della moglie che il suo naso pende leggermente da una parte.

Una banalità. Un dettaglio fisico al quale non aveva mai prestato attenzione.

Eppure quella semplice osservazione diventa l’inizio di una crisi esistenziale.

Moscarda comprende improvvisamente che l’immagine che possiede di se stesso non coincide necessariamente con quella che gli altri hanno di lui.

Se sua moglie vede un naso diverso da quello che lui ha sempre immaginato, quante altre cose vedranno gli altri che lui non conosce?

Da quel momento ogni certezza comincia a sgretolarsi.

L’uomo che credeva di essere uno scopre di essere centomila persone diverse, tante quante sono le immagini che gli altri costruiscono di lui.

E proprio per questo finisce per sentirsi nessuno.

La morale più profonda: non siamo padroni della nostra immagine

Il significato morale del romanzo è molto più profondo di quanto possa apparire a una prima lettura.

Pirandello ci mette davanti a una verità scomoda: possiamo decidere come comportarci, ma non possiamo controllare completamente il modo in cui gli altri ci giudicano.

Per qualcuno siamo persone generose, per altri egoiste. Per qualcuno rappresentiamo un esempio, per altri una delusione. Possiamo essere amati da una persona e detestati da un’altra, senza aver necessariamente cambiato il nostro modo di essere.

Ognuno costruisce una propria versione di noi.

E noi, spesso, trascorriamo l’esistenza cercando disperatamente di far coincidere tutte queste immagini.

È una battaglia impossibile.

Il dramma di Moscarda nasce proprio dalla scoperta che non esiste un’unica immagine di sé riconosciuta da tutti.

Ma Pirandello va oltre. Ci mostra anche quanto sia difficile conoscere davvero noi stessi, perché persino la nostra identità cambia nel tempo, nelle esperienze e nelle relazioni.

Pirandello aveva già raccontato la società dei social network

È forse questo l’aspetto più sorprendente del romanzo.

Pirandello scriveva quando non esistevano Instagram, Facebook, fotografie digitali o profili virtuali. Eppure aveva già individuato una delle grandi ossessioni della società moderna: il bisogno di essere riconosciuti attraverso lo sguardo degli altri.

Oggi ciascuno di noi possiede molte identità.

Siamo ciò che mostriamo sui social, ciò che raccontiamo agli amici, ciò che rappresentiamo sul lavoro, ciò che siamo in famiglia e ciò che nascondiamo quando restiamo soli.

Talvolta queste identità coincidono. Molto più spesso sono differenti.

C’è chi pubblica fotografie sorridenti mentre attraversa un momento difficile. Chi ostenta successo per nascondere insicurezza. Chi costruisce un’immagine di forza perché teme di mostrare le proprie fragilità.

Viviamo in una società nella quale apparire può diventare più importante che essere.

E proprio qui Pirandello torna straordinariamente attuale.

Perché il problema non è soltanto che gli altri possano conoscerci male. Il problema nasce quando cominciamo a vivere esclusivamente per corrispondere all’immagine che desideriamo trasmettere.

A quel punto rischiamo di diventare prigionieri del personaggio che abbiamo costruito.

Le maschere che indossiamo ogni giorno

Il tema della maschera attraversa tutta la produzione pirandelliana.

La società assegna ruoli, definisce comportamenti, costruisce aspettative.

Dobbiamo essere professionisti impeccabili, genitori perfetti, amici disponibili, persone sempre sicure delle proprie scelte.

Ma dietro ogni ruolo esiste un essere umano fatto di contraddizioni, paure, desideri e cambiamenti.

La maschera diventa pericolosa quando smettiamo di riconoscerla come tale e cominciamo a credere che rappresenti interamente la nostra persona.

Pirandello ci insegna che l’identità non è una fotografia immobile, ma qualcosa di complesso e mutevole.

E ci invita a diffidare dei giudizi assoluti.

Perché nessuno di noi conosce fino in fondo la vita interiore di un altro essere umano.

Quante volte giudichiamo una persona sulla base di un episodio? Quante volte trasformiamo un errore in una condanna definitiva? Quante volte pretendiamo di sapere chi sia qualcuno senza averne mai conosciuto veramente la storia?

Il romanzo ci ricorda che ogni individuo è infinitamente più complesso dell’etichetta che gli viene attribuita.

Il prezzo della libertà

Vitangelo Moscarda tenta di liberarsi dalle immagini che gli altri hanno costruito di lui.

Cerca di distruggere il personaggio sociale nel quale è stato imprigionato, ma il suo percorso lo conduce verso una radicale rinuncia all’identità personale così come viene normalmente concepita.

Il finale del romanzo non propone una semplice e rassicurante vittoria dell’autenticità.

Moscarda arriva a rifiutare persino il proprio nome come definizione stabile, cercando un’esistenza che si rinnovi continuamente, senza restare fissata in una forma.

È una liberazione, ma anche una soluzione estrema, inquietante, lontana dalle certezze sulle quali normalmente costruiamo la nostra vita.

Ed è proprio questa ambiguità a rendere grande Pirandello.

Non ci offre una morale facile. Non ci dice semplicemente di ignorare il giudizio degli altri e di essere felici.

Ci obbliga piuttosto a riflettere su quanto della nostra esistenza sia davvero libero e quanto dipenda dalle aspettative della società.

La lezione che dovremmo imparare

Forse la lezione più importante che possiamo ricavare da Uno, nessuno e centomila riguarda il nostro rapporto con gli altri.

Dovremmo imparare a giudicare meno e a comprendere di più.

Dovremmo accettare che le persone possano cambiare, sbagliare, contraddirsi e ricominciare.

Dovremmo soprattutto smettere di pretendere che qualcuno rimanga per sempre identico all’immagine che abbiamo costruito di lui.

Perché amare una persona significa anche riconoscerle il diritto di essere diversa da come l’avevamo immaginata.

E rispettarla significa comprendere che non ci appartiene, nemmeno attraverso il nostro giudizio.

Ma esiste anche una seconda riflessione, forse ancora più importante.

Non dovremmo sacrificare la nostra vita nel tentativo di piacere a tutti.

Chi vive esclusivamente cercando approvazione finisce inevitabilmente per allontanarsi da se stesso.

Centomila per gli altri, ma chi siamo quando restiamo soli?

A distanza di cento anni, Pirandello continua a parlarci perché il suo romanzo non riguarda soltanto Vitangelo Moscarda.

Riguarda ciascuno di noi.

Riguarda il bisogno di essere amati, la paura di essere giudicati, il desiderio di essere compresi.

Riguarda quella distanza, a volte dolorosa, tra ciò che sentiamo di essere e ciò che il mondo pensa di noi.

Forse non riusciremo mai a conoscere completamente noi stessi. E forse non potremo mai impedire agli altri di costruire un’immagine diversa della nostra persona.

Ma possiamo imparare a non trasformare ogni giudizio in una sentenza e ogni aspettativa in un obbligo.

Possiamo scegliere di vivere con maggiore consapevolezza, senza confondere il valore della nostra esistenza con l’approvazione che riceviamo.

Perché, in fondo, il grande insegnamento che possiamo trarre da Pirandello è che nessun essere umano può essere racchiuso definitivamente in una definizione.

Siamo uno per come ci immaginiamo, centomila per come ci vedono gli altri e rischiamo di diventare nessuno quando perdiamo il contatto con ciò che sentiamo di essere.

E forse la vera sfida della vita non è convincere il mondo di chi siamo, ma trovare il coraggio di vivere senza lasciare che sia soltanto il mondo a definirci.

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